giovedì 28 dicembre 2017

Anche stavolta

Considerazioni a freddo e tu sei il caldo.
Ph Eliot Lee Hazel

Ogni volta che non riesco a scrivere, che mi si fermano le mani, che la testa si svuota, occupata dai pensieri più banali, quelli più pratici, ghiacciati, mi basta pensare alla curva del tuo collo, come il germoglio di un cigno, e subito le parole spingono, nell'apnea dei giorni quotidiani, pronte a ridarmi il colorito.
Ogni volta che mi sveglio, che lascio un letto dove solo io sogno, ti preparo la colazione a memoria, ti scaldo il latte, lo tolgo dal fornello prima che bolla, ci verso dentro mezza tazzina di caffè, che si arrotonda come marmo liquido, e mescolo piano con il cucchiaino. Ti soffio via il male, la bruciatura, e te lo passo dai miei palmi ai tuoi. Lo faccio così, col pensiero. Mentre tu dormi in un altro luogo, ed io esco di casa senza mangiare, senza bere.
Ogni volta che vedo un oggetto carino, che ti piacerebbe, voglio prenderlo per te. Spesso lo faccio, non sempre. Compro solo oggetti piccoli, perché poi voglio darteli, e non si può giustificare un grande oggetto, in casa tua, che non provenga dagli esseri umani ammessi nel tuo mondo.
Io devo conservare una dimensione che si possa eclissare, che si possa tenere in tasca, dissimulare.
Sono il bottino di un ladro che chiede di essere rubato pezzo dopo pezzo.
Ogni volta che penso a queste due parole, penso al il titolo della canzone di Vasco Rossi che ascoltavo quando ero bambina dallo stereo di mio padre, e non sapevo cosa volesse dire essere coerente, come diceva il testo. Per poi scoprirne troppo presto il senso, sentirmelo scagliato addosso come un sasso, un masso, e ritornare a scordarne il significato. Provare, sforzandomi, di non ritrovarlo, anche quando tutti me lo chiedono. Ché se dovessi di nuovo saperlo, tu andresti via in un soffio, e non posso permettermelo.
Così “ogni volta” diventa un modo per farti un elenco di cose che succedono sempre, sì, come in quella canzone, e che ti portano alla luce, perché anche se Vasco Rossi non mi è mai piaciuto, forse è quello il primo modo che ho imparato per poter dire a qualcuno quando e quanto resta.
Potrebbe bastare dire “sempre”, ridurre in un'unica parola ogni esempio, ognuna di tutte quelle volte. Ma sai che ho un problema, con quel termine che non termina mai. Perché se è vero che tu sei, in me, perenne, io non voglio restare per sempre.
Voglio essere passeggera. Specie quando guidi di notte nella pioggia. Quando prendi un treno, un pullman, un taxi, una mongolfiera, un tappeto volante. Essere un profilo, un corpo che ti siede accanto. Che ti fa da contrappeso e ti difende dal mondo, ti indica la strada, anche quella che tu già conosci a memoria. Passeggera, come una tempesta, che ti gonfia il mare troppo piatto. Come una sorpresa. Come una pioggia che fa da madre a tutti i fiori che hai piantato. Passeggera come deve essere ogni tuo paura. Come la scia di una meteora che ti avvera.

E ti avvera ogni volta. Ogni volta che viene giorno. Ogni volta che ritorno. Ogni volta che cammino e mi sembra di averti vicino.



L'indirizzo

Sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai
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Scavalco le pozzanghere venate di arcobaleno e d'olio, la mia gonna si spalanca come un'ala di farfalla, di velluto, di paura di morire. Ti raggiungo in uno di quei bar raccolti dal vetro, come serre in cui crescono fiori annoiati, e infatti ti vedo mentre attraverso, invidiando il calore che ti spoglia dentro. Entro dalla porta pesante che mi respinge e mi ributta all'interno, mi tolgo cappello, sciarpa, cappotto, mentre struscio col fianco ogni fiore, prima di sedermi di fronte a te.
Sorseggi un'enorme tazza di caffè, le briciole di un biscotto in un piattino. “Hai fatto tardi” dici in un sorriso. “Ho già preso qualcosa”.
“Di cosa volevi parlarmi?” chiedo, sfogliando il menù senza leggerlo.
Pieghi in due un tovagliolino, prendi dalla tasca una penna da due soldi e scrivi un indirizzo stando attento a rendere comprensibile ogni segno.
“È qui”, dici, cliccando sulla carta del tovagliolo come se fosse il tasto che mette in moto il mio tremore. Lo guardo e ti guardo. I tuoi occhi che come sempre danno la precedenza ai miei, aprono la strada a ogni mio pensiero. Mi alzo in piedi, metto in tasca l'indirizzo, esco di corsa, strappando fiori senza cura.
Ti avevo chiesto di aiutarmi quando tu mi hai chiesto di amarti. E ti ho detto che non potevo, che ero nel fondo di un pozzo come quel bambino che ci tenne incollati notte e giorno alla tv.
Mi hai chiesto come avevo fatto a cascarci dentro, e ti ho raccontato delle imbracature strette strette di fiducia che un altro uomo mi aveva avvolto dentro, prima per tirarmi via dal mondo, poi per farmi vincere ogni giorno al calcinculo, spingendomi di promesse verso il trofeo, e quando ormai ero l'indiscussa campionessa, mi ha infilata con forza in questo tunnel sottoterra, dove il buio stringe i polmoni e la fatica spezza le ossa.
E non sono più riuscita a rintracciarlo, per farmi restituire il tempo che ho perso, almeno quello che mi serviva a darmi un contegno, almeno quello che bastava per un respiro.
Sparito - forse mai esistito - con tutti i miei averi, i miei tesori. Con la mia voce, le piante dei miei piedi, i palmi delle mani. Come faccio a spingermi fuori dal pozzo, se sono solo un tronco, un tappo, senza forza.
Allora tu hai cercato di tenermi un millimetro più in su della mia tana non voluta, passandomi aria dal becco per farmi respirare. E io ero piena di riconoscenza, per ogni tuo sforzo, per ogni tuo tentativo. Ma quando lasciavi un istante la presa, quel millimetro sprofondava di un chilometro. Più liberavi il terreno, più mi seppellivi.
Così te ne sei andato, per non illuderci più di aria e luce. Ma sei rimasto sempre, dall'alto, a farmi da scudo. E sapevo che l'avresti cercato, e trovato, che me l'avresti dato in pasto, perché quaggiù muoio di fame. E ora che so dov'è, che nella mia tasca stropiccio il suo indirizzo, corro per raggiungerlo, forse a piedi ci metterò troppo tempo, ma tanto è tempo suo che spreco, cosa mi importa.
Quando arrivo a due passi dalla sua porta mi aspetto di sentire la colonna sonora di una tragedia, il rumore di un tuono che mi attraversa, un frastuono infinito di vendetta.
Invece sento solo due uccellini, la melodia lontana di una canzone lenta, il nastro di vento dietro il mio orecchio. Sento la pace di tutto ciò che è intorno.
Suono d'istinto il campanello, ho un arsenale pronto a fare fuoco, cannoni, carri armati, mitra, cacciabombardieri. Sono la più feroce delle assassine, la più spietata delle creature.
Sbuca sulla soglia, ed è più basso di come ricordavo. Lo sguardo interrogativo, un accenno di sorriso imbarazzato. “Che ci fai, qui?”, chiede tranquillo. Come se non fosse mai stato colpevole.
Cosa ci faccio, qui. Mi chiede e mi chiedo. Passo in rassegna tutti i tradimenti, le foto di quelle donne che ho studiato nei minimi dettagli per crearmi un elenco di difetti che mi facessero sentire meno brutta. Passo in rassegna tutti i messaggi e le chiamate a cui non ha mai risposto, tutte le spiegazioni che mi aspettavo. Tutto scorre nei miei occhi come quando sei vicino alla morte, solo che scorre per riportarmi in vita.
Ma di chi è quella pelle che ho desiderato, che mi è mancata come se fosse mia, strappata con i denti.
Chi è questo uomo qualsiasi in una casa qualsiasi, che va in giro a riempire pozzi di cuori di ragazze, senza sapere nemmeno che nasceranno querce.
E non rispondo niente, indietreggio come se fossi di fronte a un fantasma, volto le spalle e riprendo a camminare.
Verso una serra in cui sboccia un fiore che mangia biscotti al cioccolato mentre mi aspetta, io che volo dentro passi di farfalla che non sa più che cosa significa morire.
E non voglio più nessuna giostra, nessun trofeo, nessuna promessa. Voglio solo che mi vedi uscire da questo pozzo, con le mie gambe e le mie mani tornate intere, che mi vedi nascere di nuovo, impollinata dal tuo amore senza ritorno, dal tuo respiro beccato tra le labbra.
Senza indirizzo perché sei ovunque. Non ti vedevo perché sono una tua parte. In ogni tua parte. Dalla tua parte.




mercoledì 18 ottobre 2017

18 Ottobre 2017

Sono un meccanismo inceppato, che produce quintali di paura anche quando non è stato programmato, anche quando non può, non deve, non c'è materia prima. Sputo quintali di rotoli neri che coprono ogni cosa. Più provo a fermarmi, più tiro dentro tutto.

28 Settembre 2017

La tua risata lontana risuona come un allarme, mi avvisa dei vetri rotti, dell’intrusione, dei cassetti che hai svuotato per cercarti.
Hai venduto tutti i miei gioielli: le perle degli occhi che hai ereditato da generazioni, i cerchi d’oro immensi delle carezze di tua madre, la croce pesantissima di tutte le paure.
Hai svenduto i miei beni, ai peggiori acquirenti, nel mercato nero del tuo letto sfatto.
Mentre io cercavo di offrire il prezzo più alto alla tua asta, rilanciando ogni volta un motivo in più per appartenerti, come niente, di te, potrà mai appartenermi.

domenica 3 settembre 2017

4 Settembre 2017

Sei un ricordo che arriva come un taglio. Un dolore intercostale mentre mi rialzo. Sei un crampo di fame che non passa. L'unico pane, avvelenato, che mi sazia. Sei il mio zero in condotta. Una stella da latte che strappo via ogni volta che chiudo la porta.

martedì 22 agosto 2017

22 Agosto 2017

Il terrore che mi prende quando realizzo di essere corpo. Un oggetto che può essere schiacciato, che può essere trafitto, che può essere lanciato in aria, atterrando con la forza disumana della gravità di tutti i fatti che leggo sui giornali. La paura che ho di essere visibile, consistente, ingombrante. Una teca di carne che conserva le reliquie di tutto il mio amore, una cassaforte di nervi che contiene la formula segreta per non smettere mai di trovarti, che si apre con la pura combinazione che mi porta ogni giorno dietro la tua porta. 

sabato 12 agosto 2017

13 Agosto 2017

Arriverà un autunno silenziosissimo. Le parole mai dette, quelle appena pronunciate, muoiono in questa estate che brucia tutto, che fa roghi di germogli. Dimmi che fiore sarai quando smetterò di raccoglierti, quando sarà il caos dei colori. Io continuerò la mia disperata ricerca della tua minuscola corolla bianca. 

mercoledì 26 luglio 2017

27 Luglio 2017

Amo le donne disperate. Quelle abili a nascondere il dolore, che controllano ogni reazione. Che in casa sono piccole, selvagge, nella loro tana. Che strappano cibo dai fianchi della noia. Che usano le mani fin dentro ai chiodi. Amo le donne che sono disastri, valanghe di esitazioni, piante rare spezzate dal vento, strani innesti, malformazioni. Quelle che piangono come tempeste, quelle che ridono come tuoni. Le donne nate dalla costola rotta di un qualche dio che non sapeva modellare uomini. 

domenica 16 luglio 2017

16 Luglio 2017

La logorrea che mi prende quando dal nulla mi esplode il dolore dentro. Un fungo atomico di parole, una spinta che mi scalcia fuori dal silenzio. E mi circondo di risate, ne faccio un nastro segnaletico intorno al mio luogo del delitto, il bianco e il rosso della mia bocca per dirti di non entrare, di fermarti appena prima della mia lingua, che pronuncia, arrota male, e ti difende da quel sangue che mi attraversa in rivoli di vene che partono e tornano nel cuore. 

domenica 9 luglio 2017

10 Luglio 2017

Mi fanno da corredo, li espongo al paese, i tuoi mille occhi ed i fuscelli delle ossa, che non scaldano neanche un secondo d'inverno. E credo di essere ricchissima, ma mi chiamano povera, mi dicono "non hai niente". Perché ti vedono da sotto, rosa altissima. E da sotto sembri un filo spinato, una prigione. Non il mio letto di seta che bacio tra i petali. Non il solo odore che il mondo vorrebbe indossare. 

giovedì 22 giugno 2017

Biciclette e treni.

Respiro e battito.

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Ph. Angie López


È stato il giorno in cui ho imparato ad andare in bicicletta che ho realizzato che tutto quello di cui avevo bisogno per vivere erano respiro e battito. Potevano essere rotti da un'emozione, dalla paura, dall'amore, dalla fatica, dall'angoscia e sarebbe stato meglio non cadere.
Mio padre mi ha insegnato a prendere il volo senza darmi lo slancio, come si vede nei film.
Non mi ha accompagnata correndo, tenendomi ben salda dalla sella, per poi lasciarmi andare una volta trovato l'equilibrio.
Mi ha prima insegnato a smontare le rotelle, a svitarle con tutta la forza che avevo. Poi si è allontanato, distante pochi metri, che a me sembravano chilometri, e mi ha detto: “Vieni qui.”.

Così io ho cercato di capire la giusta angolazione del pedale per produrre la spinta necessaria a farmi partire. Muovevo il piede su e giù, variavo di pochi centimetri il tocco, poi spingevo, facevo mezzo metro e rimettevo i piedi a terra. Mio padre sempre lì, fermo, ad aspettarmi. Non mi incitava, non mi aiutava, niente. Restava lì, sotto il sole cocente di giugno, come la meridiana della mia vita che segna sempre l'ora più bella, l'ora del riposo. E più provavo a pedalare, e più mi concentravo sul mio cuore, sul mio respiro, sulla fragilità che scoprivo come una premonizione terribile.

Da quel giorno, per tutta l'estate, non ho mai smesso di correre in bici, non ho mai smesso di avere paura. È a quel giorno che penso, oggi, che ho deciso ad imparare a perdonarti. Tolgo a fatica ogni piccolo sostegno, ogni sbarra di ferro, che mi aiuta a stare al mondo, che sorregge la mia caduta, sotto il peso deformante del vuoto che hai lasciato. Smonto le parole di circostanza, le frasi fatte, le pacche sulla schiena. Mi metto di fronte a te, senza equilibrio, e tu lontanissima, e sei una meridiana, tu, che non ha mai funzionato, che ha sempre contato le ore perse, le ore rubate, le ore contate.

E cerco di trovare un equilibrio, tra respiro e battito, tra i due motivi per vivere di cui io sono fulcro, parte stabile di questa bilancia, e faccio passetti per perdonarti, per porgerti ancora le mie guance, che hai ferito di carezze tolte. E rimetto i tuoi debiti, che si contano sulle dita della mia vita, e mi rimetto in piedi, e ti lascio lì al sole, ad asciugarti di tutta la mia rabbia, di nuovo pulita, fresca, mai più mia. E anche se muoio di paura, anche se vedo la caduta come una minaccia costante che mi sfiora le tempie, ti concedo il mio perdono, nel vano tentativo di fare eco nel vano del tuo cuore.

Uscirò, andrò a brindare, a bere vino rosa senza pensare alla tua bocca, riderò sguaiata, mi muoverò al rallentatore, felice, i miei capelli al vento, depurata dal mio rancore, leggerissima senza più la valanga infame della tua perdita nella mia pancia. Sarò un frame di un film bellissimo che parla di gioia. Che finisce con te che vai via senza lasciare un minimo di ricordo, come un treno che passa e non è il mio, che è sul binario opposto, ed io nemmeno lo vedo perché guardo dall'altra parte, perché aspetto il suono, le luci, il muso di quel treno che invece è il mio, come nelle migliori metafore delle occasioni da prendere, da non perdere, ed io lo aspetto che ho già tutto quello che mi serve, respiro e battito, perfettamente in equilibrio.

E salirò rapida, cercherò il mio posto, ed è un treno freschissimo, e devo solo stare seduta, comoda, non devo prendere nessuno slancio, nessuna spinta, non devo pedalare. Devo stare morbida, rilassata, col tempo scandito dalla voce registrata, senza meridiani, senza sole cocente ad ardere gli occhi.

Ma so già, benissimo, come andrà a finire, perché sono vittima di questo maleficio che ho morso dalla tua carne, che mi vedrà morire per mano tua, ancora una volta, perché non posso salvarmi, perché non ho mai fatto il biglietto per questo treno perfetto, ma per quello che ho perso e che perderò per sempre, e mi sbatteranno via, giù, alla prossima stazione, ed io continuerò a maledirti, ad odiarti, e ogni volta andrò a chiedere un biglietto per la tua corsa, e sempre mi metterò in un angolo ad aspettarti, per vederti andare via, sbagliare treno e ricominciare senza mai una fine.

E anche se ho imparato ad andare in bicicletta, e anche se ho imparato a perdonarti, il mio respiro, il mio battito, li riaccendi tu, ogni volta che passi dalla mia fermata senza fermarti.

Luciana Manco

martedì 13 giugno 2017

14 Giugno 2017

È quando la sostanza mi uccide, mi fa sparire, che sento il bisogno di apparire, scoperta, esposta. Un trucco di magia al contrario, che mette dove ha tolto, che sorprende per il ritorno. Mi rompo in mille pezzi, ci metto secoli a ricompormi, e poi mostro il lavoro finito, dico: ecco. Semplicemente. 

Per ripagare il mio sforzo. 

E anche se manca tutta quella parte a forma di te, che va dagli occhi all'anima, passando dalla gola, anche se l'incastro vacilla, qualcosa dentro regge, salda, salva. 

Io sono l'ottimo lavoro che ho fatto per mantenermi intera, viva. Sono la mia opera d'arte incompresa, scadente, insostenibile, che metto in vendita agli occhi di chi compra col debito il mio debito. E siamo ricchi, tutti, del saperci vedere. Siamo i migliori contrabbandieri dei più miseri dei piaceri. 

domenica 11 giugno 2017

11 Giugno 2017

Ti vedo accanto a me in questo specchio, e siamo un rebus mai risolto, in cui i miei occhi sono solo un articolo indeterminativo, una sillaba finita dentro i tuoi. 

mercoledì 7 giugno 2017

7 Giugno 2017

Faccio pagare a tutti la colpa di somigliarti, nel sistema circolatorio, nelle valvole cardiache, nel movimento degli occhi. Come si permette un qualsiasi uomo, una qualsiasi donna, di appartenere al dono della tua carne. Mi disturba saperti della stessa materia di cui sono fatti quelli che distruggono i miei sogni.

venerdì 26 maggio 2017

26 Maggio 2017

Ma perché devi vivere a rilento, come quella pioggia che arriva e non arriva. Che non ha rabbia per essere temporale, che non ha il coraggio di tuonare. Da te non è necessario ripararsi, non vali nemmeno il peso di un ombrello. Sei uno sputo che evapora, che tocca la fronte un istante, che con un soffio si dimentica. 

Io voglio la bufera. Essere bagnata fino alle mutande. Ecco perché non servi a niente. Perché non sai esagerare. 

martedì 23 maggio 2017

24 Maggio 2017

L'esattezza delle previsioni del tempo che ho perso a credere nel tuo cuore terso. 

giovedì 18 maggio 2017

18 Maggio 2017

Esistono dolori che ci superano, che sono ciclopi e noi l'occhio cieco. Ti chiedono "chi è stato?" e rispondi "Nessuno."

Sei tu Nessuno. Ti ho trovato.

domenica 14 maggio 2017

15 Maggio 2017

Il tuo passato è un film che voglio vedere, anche se il tuo sguardo mi racconta ogni giorno il finale.

martedì 9 maggio 2017

Piccolo trattato sull'amarti.

Cosa ho imparato di te.

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Ph. Sara Lorusso


Non troverai nessun altro al mondo più preparato di me: tu sei l'argomento in cui brillo. Io sono l'esperto. Ho preso mille lauree, su di te, ho fatto tutti i corsi, gli approfondimenti. Sono stato bocciato, anche, a molti esami, ma li ho ripetuti, prendendo poi la lode. Io ti conosco dall'inizio alla fine, se mai ci fosse, conosco tutte le tue piccole note ai margini. Ed è per questo che io, oggi, ti insegno ad amarti.

Studieremo una tua giornata tipo. Per prima cosa, però, devi liberarti da tutti i pesi morti, dalle rocce che cerchi di levigare con la pazienza. Devi concentrarti solo su di te. Devi vederti.

La tua sveglia suona alle 7:00, ed anche la mia, che però è senza suono, perché io mi sveglio quando tu apri gli occhi. Ti muovi lenta sotto le coperte e fai sospiri di nostalgia per tutti i sogni che non hai ancora fatto, poi ti alzi e vai in bagno. Ti guardi allo specchio, e già controlli se sul tuo viso ci sono nuovi arrivi tra tutti i segni. Al lato dell'occhio sinistro hai quattro piccolissime rughe, due centrali, un po' più profonde, che sono racconti, e due esterne, più leggere, che sono virgolette al tuo discorso diretto, al tuo modo di dirmi in silenzio quante volte hai sorriso, hai corrugato la fronte, hai stretto lo sguardo sotto il sole troppo forte, hai cercato di vedere al buio.
Non hai mai fatto attenzione alle tue parole incise, le vuoi cancellare tendendole tra indice e medio. Ma senza quella storia che mi ripeti, quando ti guardo, saresti un foglio vuoto, ed io ho bisogno, invece, di portare il segno su di te con le mie dita.
Inizia quindi a lasciare che il tempo ti scriva, perché io ho bisogno di nuovi capitoli, perché mi manca il tuo seguito, la tua evoluzione, il climax infinito che mi porti dentro.
Poi c'è la tua colazione, i biscotti tondi con le gocce di cioccolata, che rompi in due per bagnarli nel caffè. Tutte le bricioline che cadono come in un terremoto di pasta frolla, tu le raccogli con i polpastrelli, le salvi, le fai aggrappare alle tue impronte digitali, e le riponi nella scialuppa della tua lingua calda, per riportarle al loro regno di mezze lune che ti nutrono. Ed è un gesto meccanico, che fai sovrappensiero, senza renderti conto, invece, di quanto questo ti renda attenta al mondo, di quanto questo sia il segno della tua vocazione, che è quella di non scordare niente, di allargarlo di importanza, il niente, tutto ciò che si perde, tutto ciò che frana dalle crepe.

Poi ti vesti, infili la camicia nella gonna, tiri su la cerniera, metti la giacca portando di lato i capelli, e poi li lasci lì, non li costringi ad un movimento, con colpi bruschi della testa. Lasci che siano loro a scegliere dove andare, se restare insieme in un'unica ciocca sul tuo collo, o se fare piccole file e girotondi dietro di te, alle tue spalle, dove tu non puoi vederli. Ed anche in questo dimostri di fidarti, delle tue proiezioni, del tuo presentarti, dell'onestà che confermi quando rinunci alla forma per sposare la grazia.

Esci da casa con calma, perché non sei mai in ritardo, anche se vai incontro ad un lavoro che non ami, che ti costringe a parlare con estranei per ore, che ti impone di essere sempre di buon umore, ma ogni volta che ascolti una nuova voce, immagini un viso, una stanza, l'odore di un pranzo che cuoce in una pentola, la razza del cane che senti abbaiare. La fantasia ti fa scenografa della noia, ti salva e accelera le ore.
Quando torni sei più pallida, sotto gli occhi c'è una piccola sfumatura verde, come se i gioielli che hai negli occhi si fossero sciolti perché di poco valore, per chissà quale liquido corrosivo che sputa in faccia la stanchezza. Allora io, per farti ritornare gli occhi d'oro, ti vengo ad abbracciare e ti porto nel caldo di una tazza, dove puoi assaggiare a piccoli sorsi il piacere del silenzio. Ecco, tu sei questo momento, in cui non ti rendi conto che cambi colore, come un cuore di madreperla immobile, che stupisce di splendore tutto ciò che gli ruota intorno.

Una piccola aurora boreale che si ripete ogni giorno, in un luogo nascosto. Il fatto che non la vedano tutti non la rende meno miracolosa.
Poi metti degli abiti comodi, dei pantaloni larghi sulle ginocchia, mai abbinati con la maglietta. Ti butti sul divano con un tonfo leggerissimo che sembra un soffio, e mi aderisci al fianco, come un pezzo mancante che mi arrotonda e mi fa intero. Vediamo la tv, mangiamo dalle nostre mani senza distinzione tra le mie dita e le tue. Ti avvicino bocconi minuscoli e mi riscaldo le nocche col tuo respiro.
E quando ti addormenti, perché sempre ti addormenti nel bel mezzo di un film, io ti avvolgo in una copertina che ho comprato per te in un negozio che ami, e tu ti stringi come un riccio, sotto quel calore aspettato, ti chiudi intorno al mio braccio, come la mano di un neonato intorno a un dito.
Ed io smetto di muovermi anche se non mi sono mai mosso, quasi trattengo il fiato per non disturbare il tuo sonno, e con una torsione innaturale del collo, ti guardo, con quelle ciglia infinite da cartone animato, mentre la tv ti fa cambiare colore ogni secondo, e faccio esperimenti di telepatia, trovando formule sempre nuove per convincerti del mio amore.

Ma non ho questo potere, perché quando poi ti svegli continui a non sapere cosa sei, per me, per il mondo.
E allora ecco: questa è la mia lezione, la mia dispensa, che possa renderti meno impreparata su di te, che possa farti da guida illustrata sulla tua bellezza, che ti riempia di didascalie che non finirò mai di appuntare, ogni giorno, sulla tua vita, per scrivere la mia.

Luciana Manco.

venerdì 5 maggio 2017

5 Maggio 2017

La pornografia dei fiori recisi. Forzare, strappare, per appagare gli occhi, le mani, per impossessarsi di un odore. Non c'è niente di romantico, niente di delicato. Solo un taglio netto, l'abbandono della linfa, un buco nella corolla che risucchia il dolore. Dare da bere da un ventre di vetro, sostituirsi alla terra. Terribile, superfluo, per questo estasiante. Perché imita l'onnipotenza. L'estremo senso del possesso dilatato fino al marcio, alla morte, fino ad un secchio della spazzatura.