lunedì 27 marzo 2017

28 Marzo 2017

Camminarti accanto è come uno di quei giochi che si fanno per strada da bambini: saltare su numeri di gesso, lanciando via lontano tutti quei sassi che mi pesano dentro. Rubarti baci con rincorse spericolate di fiato, far girare una bottiglia di vino tra la tua lingua e il mio palato. 

Perché fino ad ora io ho contato per un numero infinito solo su di me, guardando un muro, mentre tutti intorno sparivano. Poi mi sono voltata e c'eri, non ti eri mai nascosto, ed eri libero per me. 


venerdì 24 marzo 2017

24 Marzo 2017

Mi stendo al buio, su una fitta che ti ricalca il cuore, a ricordarmi che ci sei anche quando non voglio. E ti sento arrivare, di corsa, come fai sempre la notte, capobranco di tutti i miei rimpianti, a sbranare ogni mia buona intenzione.

martedì 21 marzo 2017

21 Marzo 2017

Ti bacio tutte le rime, ciglia mie piegate di poesia. E continuo a farti una domanda, senza volere mai, mai, mai una risposta.

martedì 14 marzo 2017

15 Marzo 2017

Quando vivevo ancora nel mio piccolo paese in Salento, e non riuscivo a dormire, mi arrampicavo sul terrazzo, passando dalla finestra di camera mia, trascinandomi una coperta che mi facesse da bozzolo. Mi fermavo anche ore a spiare le case degli altri, a dedurre l'ultimo fumo che esce dai caminetti, a guardare le stelle senza mai credere di poterle contare. Ma da quando vivo qui non ho un terrazzo da raggiungere con la prontezza di uno slancio. E allora vengo a spiare te. Per farlo apro una finestra col tocco di un polpastrello. Mi arrampico sulle tue parole, sulle canzoni che scegli, sui piccoli mattoncini di testo che trascrivi tra virgolette, sui tuoi sorrisi dietro filtri di colore come fumo di caminetto. Ti guardo gli occhi e so di non poterti misurare. Ho sempre saputo di non poterlo fare. Solo mi fermavo così a guardarti, ed esprimevo un desiderio tutte le volte che riuscivo a non farti cadere. 

lunedì 13 marzo 2017

13 Marzo 2017

Baciarti come se fosse una perquisizione. Per inchiodarti di fronte ad una prova schiacciante, un respiro che cambia direzione. Ma tu conosci un codice di sblocco che la tua lingua muove sulla mia, per fare incetta di tutti i miei tesori. Mentre io provo ad incastrarti, tu mi scappi dalle dita, mi scassini le parole, macchi irrimediabilmente ogni mia poesia. 

domenica 12 marzo 2017

6 Marzo 2017

Vorrei tornare intatta, riprendermi i resti, cancellare le mie impronte digitali. Lavarmi via da te, impedirti di spogliarmi, petalo dopo petalo, a strappi netti, in un m'ama non m'ama che t'ama sempre.

lunedì 27 febbraio 2017

27 Febbraio 2017

Ho una voglia insopportabile di ostentare il male. Di disattivare la leggerezza. Di gettarmi come cemento sulla tua schiena. Di ridare ai denti la loro vera funzione. Di sopprimere la forma, possedendo la sostanza. Voglio violare. Insinuarmi. Estorcere. Disseminare. Stratificarmi di roccia e fuoco. Svettare dalla terra come un brutto monumento al tuo candore. Smetterla di farsi del bene, a costo di morire di attenzione.

24 Febbraio 2017

Invidio quegli uomini tenaci, che si incatenano, che salvano balene.
Io passo la vita a rosicchiare corde, a tormentarmi le labbra, trattenendo respiri. Quando perdo l'equilibrio tiro giù chi mi è accanto, perché penso che possa rallentare il dolore, che possa soffiarmi su d'amore, e mai riesco a prevedere lo schianto.
Io non posso salvare niente. Più stringo per proteggere te, fragile, e più ti rompo in mille pezzi contro il mio cuore.
Sono un'urgenza che pesa quintali, legata alla zampa di un uccellino.
Un allarme che suona straziante nel mezzo di un bel sogno.
La paura che svena di silenzi la più sana delle poesie.

8 Febbraio 2017

Il Festival quando c'eri tu. Io ero troppo piccola per capire, tu troppo grande per dimenticare. La cucina che sa sempre di te, anche oggi. La poltrona un palmo aperto sotto il tuo peso. "Lo vede anche lo zio in Germania", dicevi. Per te l'Eurovisione era un miracolo che univa gli occhi di chi amavi nello stesso punto. Io lì, in quel punto, ritorno, ogni anno. Perché sono fatta di nostalgia. Non sono attenta alla voce che stona, al vestito sbagliato. Non chiamo troia una donna perché è bella, ricordo quello che mi hai insegnato. Io non credo nella musica che sento. Ma sento te, e di questo mi accontento.

2 Febbraio 2017

Tu ruoti lo sguardo intorno al mio corpo, per capire in cosa tu sei meglio, la taglia in più del seno, l'ampiezza del fianco. Io quando poso lo sguardo su di te è te che cerco. Come ti modellano le dita di una mano? Che suono fai quando ti sfiorano i capelli? Come rispondono le tue ciglia all'invasione di ciò che hai dentro? Tu mi pesi, mi misuri. Io sto in silenzio e chiedo.

lunedì 23 gennaio 2017

24 Gennaio 2017

Ti tocco le labbra, con la punta delle dita, le muovo lente, le lascio umide di te, per sfogliare meglio, studiosa della tua esistenza, ogni pagina della tua enciclopedica bellezza. 

domenica 22 gennaio 2017

La storia del tuo bicchiere.

Sono dove siamo nati

 
Ph Berber Theunissen

Leggi sul WSI

Potrei raccontare avventure straordinarie, vissute con te. Aneddoti incredibili, paesaggi mai visti, viaggi lunghissimi intorno al mondo. Con te ho fatto tutto, anche quello che non è stato ancora pensato.
Ma ci sono storie inenarrabili che solo alcuni angoli di questa corpo sanno.
Te ne racconto una, in gran segreto, perché tu possa ricordarla e ricordarmi sempre. 


La storia del tuo bicchiere.
Non ridere. 


La storia del tuo bicchiere la raccontano gli occhi, le mie dita, e poi le mie labbra.
Una storia stupida, come stupide sono tutte le cose che facciamo per provare a salvare dal tempo un ricordo. Come tutte le cose che facciamo sotto l'effetto dell'amore.
La prima volta che sei stata qui abbiamo mangiato gelato e bevuto acqua. Non sapevo che saresti venuta, e dal mio frigo semivuoto ho salvato solo quelle due cose.
Dei nostri baci ricordo il fresco dell'impatto, che si scioglieva lento nel calore del tuo interno, la lingua rosa ancora più rosa del sapore di fragola, il tuo respiro e la saliva bruciante, un piccolo geyser che mi sollevava da terra.
Avremmo voluto fare subito l'amore, lì, sul divano, ma ce ne siamo dimenticati. I baci non riuscivano a finire, e poi ci siamo addormentati. Mi hai abbracciato, la tua testa sulla spalla. Ho decontratto i muscoli che mi tendevano verso te, e mi sono abbandonato, sotto il tuo peso senza peso.
Ci siamo svegliati senza sapere come e nello stesso istante. Non abbiamo guardato l'orario, ci siamo solo stiracchiati come gatti e ci siamo sorrisi, in silenzio.
Poi tu hai detto: “Vorrei fare una doccia”. Ma a casa mia la doccia non funziona, quindi ti ho detto che magari avresti potuto fare un bagno. E tu sei stata molto contenta, perché tu a casa non hai la vasca, e sei corsa a riempire la mia. Hai preso una di quelle bombe da bagno che mi hanno regalato e che non ho mai usato, e che fanno l'acqua colorata e tutta piena di bollicine. L'hai immersa e ha iniziato a sciogliersi con una gran festa frizzante. Il tuo sorriso mi faceva lo stesso effetto.
Quando hai iniziato a spogliarti io ho iniziato ad avvicinarmi alla porta per uscire, e tu mi hai detto: “Porta l'acqua”, dando per scontato che sarei ritornato.
E così ho fatto, sono ritornato con il tuo bicchiere d'acqua nella mano, e tu eri già dentro la vasca, e mi hai detto: “Sbrigati che frizza ancora”.
Mi sono tolto tutto in un secondo, e sono entrato dentro, rannicchiando le gambe di fronte alle tue gambe rannicchiate.
E tutto quello che poi è successo lo ricordo lento e caldo, come se ci accogliesse un ventre materno, come se tu fossi il cordone da cui respiro. E le tue gambe mi insegnavano il nervo, la forza, la tua presenza gemella ti rendeva necessaria.
E il giorno dopo tu non c'eri, ed io ho rifatto il bagno, da solo, che mi sembrava di non reggermi a galla. Nelle mille bolle di un'altra bomba, che sembrava esplodere, stavolta, di mancanza.
E prima di chiudere gli occhi, per ritrovarti, con le gambe rannicchiate a farti spazio, ho visto il tuo bicchiere pieno, all'angolo, al margine esterno della vasca.
E mi è sembrato un marchio, il sigillo, il segno che tu c'eri. L'acqua che hai bevuto e nella quale io ho nuotato tra le tue labbra. Lo spazio colmo della nostra nascita, accarezzata dalla schiuma.
Ho sfiorato la plastica che niente ha a che fare con la tua pelle elastica, le zigrinature trasparenti che somigliavano alle tue costole in miniatura. E ad ogni bollicina che esplodeva sotto il mio tocco, prendevo un grammo di respiro, nell'apnea della distanza.
E questo gioco a rincorrerti fino a prenderti, e poi a berti, è durato il tempo di cinque sorsi, contati con le contrazioni della mia gola, come un pianto al contrario per rendermi felice, come un suono gutturale del neonato che non riconosce la vita pur essendo la vita.
Quando tornerai il bicchiere sarà vuoto, perché ha colmato me di ossigeno.
Non farmi aspettare troppo, non farmi aspettare il tempo che aspettano gli uomini normali, per un ritorno. Io non sono più qualcosa che ti è secondario, un conoscente, un passante. Sono la parte che a te manca per essere ciò che adesso sono. Ti aspetto, senza acqua, sono in travaglio, e se non torni muoio. 


Luciana Manco

martedì 17 gennaio 2017

16 Gennaio 2017

Quando qualcuno piange sul treno, io non so mai cosa fare. Perché sei costretto ad essere presente ad un dolore che non conosci e che non puoi curare in nessun modo. Però dalla seconda volta che mi è successo, ho iniziato a lasciare dei bigliettini. Appena prima che uno dei due scenda dal treno, io gli do il mio bigliettino. Con parole semplici. Le prime che mi vengono. Perché io credo che nel dolore siamo tutti uguali. Che esternarlo ci renda ridicoli, a volte, e che ci punti mille riflettori di pietà addosso. Ma che si possa ritrovare un nanosecondo di pace se un'altra persona, anche se estranea, ti avvicina le dita agli occhi per non farti accecare.

domenica 18 dicembre 2016

19 Dicembre 2016

Le notti d'inverno, in cui te ne vai. Un paesaggio innevato che vedo dal finestrino. I rami altissimi delle tue ciglia, la discesa libera del naso, ed io che sempre senza equilibrio mi rompo le costole in picchiata sui tuoi denti. E mi immergo nelle coperte parlandoti coi brividi, un piccolo sisma che non avverti, ma che hai voluto tu, strappandomi le radici. E la mia caduta poco ti importa, ché non sarò mai una tua mancanza, una valanga troppo innocua, che non si gonfia mai di te. Io sono solo un errore, un imprevisto preso come un segno, un sassolino che da solo non ti riporterà mai a casa. 

venerdì 16 dicembre 2016

16 Dicembre 2016

Sul treno due ragazzi, molto giovani, si baciano di continuo, guardandosi negli occhi, come se lo sguardo potesse fare da sigillo eterno. Poi lui arriva alla sua fermata. Un ultimo bacio e scende di corsa. La guarda da giù, lei col naso vicinissimo al finestrino, fa piccole condense di respiro sul vetro. Lui si batte piano il pugno sul petto, come per dirle: "Ti porto nel cuore". Ma lei non fa cenni. Lo guarda, persa. Spaventata. Ed è come se tutto di lei dicesse: "La mia anima può vivere, nel tuo cuore, sì. Ma io, tutta intera, carne-ossa-naso, no." 

martedì 22 novembre 2016

Inno all'abitudine.

Rami e voli di uccellini


Ph Mariam Sitchinava
Ora che ho preso confidenza con ogni tuo fluido corporeo, ora che sono diventato io il tuo orologio biologico, tu te ne vai.
“L'abitudine”, dici. “L'abitudine”. Come se stessi pronunciando il nome di un insetto.
Raccogli tutte le tue cose che conosco a memoria, il difetto che fa quel vestito sulla schiena, lo strappo nel taschino interno della borsa, il tuo rossetto rosso che non è mai a punta.
Le prendi al volo mentre parli, mi dici cose che non sento. Una specie di pifferaio magico che suona rancore e raccoglie ricordi.
Eppure amavi il tuo ritorno, i miei piedi scalzi sul pavimento, l'abbraccio che ti portava morbida sul divano. “Che bello tornare a casa”, dicevi. “Che bello tornare a casa”.

A quanto pare ci si stanca anche del rifugio, si cercano voli eterni senza nessun ramo dove riposare. Gli alberi sembrano stupidi intralci giganti. Stormi enormi di uccellini in ribellione, in vortici.
Chi è nato albero come me deve solo chiudere gli occhi e sperare di non vedervi sbattere, deve perdere le foglie sotto la tempesta della vostra fame. E pagare per la propria stabilità, per la mancanza di ali, per la forza delle radici. Ma io non ho mai desiderato farmi strada nel nulla, io sempre ho desiderato farmi strada dentro. Condurmi piano, centimetro dopo centimetro, in quel posto del mondo che mi appartiene. E quando tu hai fatto il nido sulle mie braccia aperte, io ti ho scelta e ti ho protetta, ho storto rami in tua difesa, fregandomene della direzione del sole. Anche verso il tuo buio, quello che ti sbrana dentro. Io da lì raccoglievo linfa, io da lì elemosinavo nutrimento. Sei stata la stella morta della mia fotosintesi.
E poi il nido è diventato stretto, tu maestosa, piena di piume nuove. Ed eccoti, che prendi la rincorsa, con quei piedini che ovunque passano mi lacerano il cuore.
Gli alberi non sono fatti per amare gli alberi. Nascono distanti, immobili. Gli alberi sono fatti per amare quelli come te. Ma quelli come te che cosa possono amare?

Non hai preso davvero tutte le tue cose, hai preso solo quelle che ti servono. Ed anche in questo sta il tuo perfetto egoismo. Hai usato queste braccia nuove e le hai lasciate sporche. Senza pensare alla fatica del mio ripulirmi, del mio cancellarti. Del mio ritrovarti nell'odore delle stanze, in un capello lunghissimo intorno ad un pettine, nel corpo assente di una mia maglia messa a lavare, nei tuoi bicchieri di plastica colorata, nella teglia che non hai mai usato per farmi un dolce, nelle tue labbra, gli occhi, il naso, le guance negli asciugamani.
Mi hai lasciato il cambio della pelle, i nodi del nido. Come quelli che lasciano i piatti in tavola per scappare via da un cataclisma.
E per te era l'abitudine, questo terremoto tremendo che ti spezzava le ginocchia, questo tsunami di attenzioni che ti soffocava, ti infilzava coi miei rami morti. E allora sei scappata, di corsa, lasciando che la tua casa marcisse, sparisse.

Chissà quanto durerà il tuo volo, quanto sarai capace di reggerti in aria. Dove andrai a cercare cibo, dove ti infilerai per dormire. Quale sarà il tuo prossimo albero, quando realizzerai che per vivere hai bisogno di un posto fermo, che il vento non porta riparo, non porta sostentamento. Che la terra, il ramo, il mondo, è il tuo piano d'appoggio. E se metti radici nell'aria ti tornano contro come lampi, come tuoni. Quando capirai che l'abitudine è una conquista. Un modo per esserci oltre il tempo e la paura. È l'impegno che prendi con ciò che ami. Un sacrificio, sì, ma sul tuo altare, e per ciò che veneri.
Quando capirai, sarà tardi per me. Ché sui miei rami sto caricando frutti, ed il tuo volo assillante e folle mi spazza via la vita. E ti vedrò forse passare, con la stanchezza che ti abbassa di quota, ti vedrò passare, che cercherai vermi nel marcio che hai lasciato. Ma qui, ora, solo germogli. Dai tagli che mi hai procurato coi piedini. Qui è tutta una cicatrice, un terreno arato che urla di vita. Sii forte nei tuoi piccoli polmoni, fai un altro battito e vai avanti. Qui lo spazio è immenso ma per te finito. Qui si canta, ogni giorno, l'inno all'abitudine.

Luciana Manco


giovedì 13 ottobre 2016

13 Ottobre 2016

Sei l'essere. Il fare. Il dire. Il sacrificare. Il corpo e il colpo. La tasca bucata che cerco quando ho freddo, perdendo chissà dove tutti i miei portafortuna. Il suono che fa rima con me. Il vuoto corrosivo. Il miele avvelenato. Il male che mi abbaglia quando chiudo gli occhi. Raccontami di te. Racconta me, tua, di te. Prima che io protegga anche l'ultima parola. Prima che la stanza metta su pareti, seppellendomi di alberi. 


mercoledì 12 ottobre 2016

11 Ottobre 2016

Il mio cuore aspetta, alla fermata delle tue labbra, di ripartire appena tu sussurri il mio nome.


domenica 9 ottobre 2016

10 Ottobre 2016

ph. Martina Matencio

La poesia è quello che salvi da quello che perdi.

7 Ottobre 2016

ph. Bee Mom
Il mio peso ideale è il nostro.